Il parcheggio deserto del centro commerciale, ormai simile a una cattedrale del consumo dimenticata, appariva inutilmente capiente.

Il signor Botticini parcheggiò comunque con cura la sua lucidissima 127 e scese, piantando bene i piedi a terra, gambe divaricate e mani sui fianchi. Si guardò lentamente intorno, annuendo come se avesse ben chiara la situazione.

«MARIO!» Un’inedita voce femminile, stridula, squarciò l’aria come un’unghia su lavagna «MAAARIOOO!» incalzò la donna sconosciuta.

I tre superstiti si girarono all’unisono in direzione dello strillo sgraziato.

Karmela abbassò lentamente lo sguardo, poi lo rialzò verso Chanellè, senza dire nulla.

La donna, sulla cinquantina, aveva i capelli unti, raccolti in una coda che sembrava reggersi per puro spirito di sopravvivenza. Indossava una maglietta ormai sformata con stampata una pantera: l’animale, spalmato tra il seno e lo stomaco prominenti, sembrava animarsi a ogni passo, come un effetto tridimensionale della realtà aumentata.

Un fragoroso peto, con tanto di eco, come un corno da battaglia nell’era del disfacimento, ruppe il silenzio del parcheggio e preannunciò l’apparizione di un uomo, che spingeva affannosamente due carrelli vuoti.

L’uomo raggiunse la donna. Stessa età, metà decoro. Un quarto di igiene.

Indossava mocassini, accompagnati da calzini bianchi che collassavano lentamente lungo i suoi polpacci scarni, rivelando un tatuaggio raffigurante un volto incerto, a metà tra un Cristo psichedelico e un ritratto disegnato col piede sinistro.

Sotto, pantaloncini da basket troppo piccoli per sembrare intenzionali, che sfidavano le leggi del pudore con un’anteprima sgradita della fessura tra le natiche. Sopra, una canottiera Nike abbracciava il suo addome sporgente e villoso, e la scritta “Just Do It” sembrava più un “LAVAMI”, tracciato col dito sul parabrezza di una Panda abbandonata.

I tre li osservavano in silenzio, come si guarda un gol in slow motion, trattenendo il fiato prima del boato.

Mario e la donna, ancora senza nome, ma già con un’identità olfattiva ben definita, li notarono e si avvicinarono a passo svelto, sorridendo con quell’entusiasmo allarmante tipico degli ottimisti fuori contesto.

Sorridevano. Ma non il sorriso nervoso dei sopravvissuti.

No. Il sorriso pieno, soddisfatto, di chi si sente perfettamente a proprio agio.

Lei, con quella pantera ormai rassegnata a vivere tra sudore e fritto, si lisciava i capelli oleosi e avanzava con l’aria di chi si sente l’invitata d’onore a un evento esclusivo.

Lui fece un cenno educato con la testa, come se stesse incontrando dei conoscenti alla fila del salumiere.

Il loro arrivo fu preceduto da un aroma incerto tra fritto e stalla. Ma loro non sembravano notarlo. Anzi, parevano in forma.

E ad ogni passo rilasciavano una nuova nota del loro bouquet corporeo, come se avessero scelto l’outfit direttamente dal bidone dell’umido.

A giudicare dagli sguardi che si lanciavano, a metà tra l’astioso e il rassegnato, era evidente che stavano insieme da trent’anni.

Per dispetto.

Il signor Botticini, troppo impegnato a perlustrare l’orizzonte come un reduce disorientato, ignorava il rapido scambio di occhiate eloquenti tra Karmela e Chanellè.

Se l’apocalisse voleva metterli alla prova, aveva appena alzato la posta.

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