Parte 4: Spinterogeno

Coordinatrice amministrativa, da oltre quindici anni, in un centro medico privato, Karmela eccelleva nel multitasking avanzato passivo-aggressivo.
Gestiva un po’ di tutto: dalla segreteria alle scartoffie, dai medici con l’ego gonfiato ai pazienti insoddisfatti, soprattutto delle diagnosi.
Nonostante gli anni, non aveva mai imparato nulla di medicina per osmosi, a differenza di molti colleghi (personale delle pulizie compreso) convinti che la laurea in medicina si trasmettesse come un virus.
Ritenendosi laureati per contagio, sputavano consigli medici per lo più non richiesti, con la sicumera di chi ha visto troppe serie tv.
Pur non sapendo niente di medicina, Karmela sapeva organizzare: gestire il back office di un centro medico privato era l’apocalisse fatta lavoro.
«Abbiamo bisogno di un veicolo» esordì Chanellè, interrompendo i pensieri di Karmela, che si stava chiedendo se qualche pensionato sopravvissuto fosse già in fila davanti alla porta dello studio medico.
«Sicuramente è stato qualcosa tipo un EMP» continuò Chanellè.
Karmela la fissò, inclinando la testa, come un cane che non capisce una mazza.
«Una bomba elettromagnetica», spiegò Chanellè. «Ha presente il raggio dei Ghostbusters?»
Karmela annuì, più per cortesia che per reale comprensione. Sì, aveva ben presente il raggio dei Ghostbusters.
«Significa che le macchine non funzionano. In pratica è come se qualcuno avesse staccato la spina a tutto, dalle auto al frullatore di casa.» continuò la piccola scout. «Possiamo usare le bici nel mio garage, per arrivare al supermercato e fare scorte. Ci serve cibo, acqua, medicinali e batterie»
Chanellè pareva conoscere bene i protocolli da adottare in caso di crisi.
Così andarono a prendere le bici e cominciarono a pedalare verso l’Eurospin.
Il sole picchiava forte su una città fantasma che pareva di cartone, dove l’unica fauna erano piccioni redivivi e qualche topo che si aggirava indisturbato tra i cassonetti abbandonati.
Vennero inaspettatamente superate da una 127 verde palude. Lucida. Che spiccava come una reliquia restaurata nel paesaggio desolato e impolverato.
La macchina si fermò qualche metro più avanti.
Dalla 127 scese una figura familiare: il Botticini.
Sudato. Serafico. Ancora inguainato nella muta in neoprene. Come se andare in giro così fosse il dress code ufficiale del giorno del giudizio. Sembrava uscito da una spedizione subacquea interrotta solo per fare benzina.
Toccò a Chanellè fissarlo, come si fissa un’allucinazione collettiva senza avere la certezza di essere sani.
«È sicuramente stato un impulso elettromagnetico!» declamò a gran voce il Botticini, puntando l’indice verso il cielo.
Chanellè annuiva compiaciuta: l’aveva detto. Eccome se l’aveva detto!
Karmela, invece, si sentiva come l’unica scema rimasta fuori da una riunione segreta tra scienziati e alieni, dove tutti parlavano in codice.
«Per fortuna avevo questo gioiellino in carrozzeria» aggiunse Botticini, dando due colpi di approvazione sul cofano della 127. «Niente iniettori, solo spinterogeno e carburatore!»
La meccanica non era il forte né di Karmela né di Chanellè, che ignoravano sia il significato che lo scopo delle parole carburatore e spinterogeno. Ma, a quanto pare, era la necromanzia che teneva in vita la 127 mentre il resto del parco auto era defunto.
Dopo un breve brainstorming sul ciglio della strada, decisero di proseguire tutti insieme: bici e auto, direzione centro commerciale.
