Parte 3: Skincare

Lo sguardo diffidente di Higgins la osservò mentre entrava in casa e avanzava verso la teca, che aprì. Era giunto il momento che l’istinto di conservazione animale facesse il suo dovere, così Karmela lasciò che il suo iguana fosse libero di scegliersi il posto più adatto alla sopravvivenza.
Si diresse poi verso il bagno, dove sistemò con religiosa meticolosità accappatoio e tutto l’occorrente per una lunga e rinvigorente doccia mattutina. L’acqua stranamente c’era. Un problema in meno.
Si spogliò, osservò allo specchio i suoi fianchi e si diede una pacca sul culo per saggiarne e poi approvarne la consistenza, con una smorfia di soddisfazione. Entrò nella doccia e aprì l’acqua, un secondo dopo aver ricordato che non c’era elettricità (e probabilmente neanche gas) e quindi niente acqua calda.
L’acqua le arrivò addosso come un pugno di ghiaccio, proprio come quando viveva con i suoi e qualcuno apriva l’acqua in cucina senza preavviso. Si lavò in fretta, maledicendo ogni divinità che ricordava dal catechismo, dai libri di storia e dai fumetti di Topolino.
Mentre si asciugava, avvolta nell’accappatoio, vide il set per la skincare coreana da 25 passaggi che aveva ordinato mesi prima, in un momento di delirante ottimismo estetico, e che giaceva in bella mostra a fianco del lavandino. Si disse che, visto che la riunione era sicuramente saltata, e verosimilmente il mondo pure, aveva tutto il tempo per dedicarsi, finalmente, alla cura di sé stessa.
Ai suoi piedi c’era Higgins, che l’aveva seguita come un cagnolino fedele, e che ora la stava guardando con quel suo sguardo che passava dal vacuo al giudicante in un battito d’ali. Impressionante. Soprattutto perché non aveva le ali.
Nel momento in cui aprì il primo barattolo di non si sa cosa (tutto scritto in caratteri coreani) sentì un bussare frenetico alla porta. Quel suono, evocazione del Botticini in neoprene, le gelò il sangue più dell’acqua fredda sulla pelle.
“C’è nessuno? Signora! Signora, è in casa?“
Incalzava una voce infantile, che destò subito il suo ben sepolto istinto materno. Karmela rimise il misterioso barattolo insieme agli altri barattoli arcani e corse alla porta.
Quando la aprì si trovò di fronte una ragazzina, con i capelli rossi, lunghe trecce e lentiggini. Non le mancava neanche l’uniforme da scout.
Era Chanellè, la figlia dei vicini, 10 anni e causa scatenante di spietate faide familiari: se fosse nata femmina, sarebbe stata la piccola Ilary&Totti; se maschio avrebbe portato il nome che il nonno aveva deciso con fermezza: Pelè.
Ma il nonno diventò concime all’improvviso, lasciandole in eredità solo il nome da battaglia. Così, alla sua nascita, i suoi genitori decisero di fare un medley. Segnando il destino della piccola scout.
“Ho perlustrato la zona. Nessun superstite umano.” disse Chanellè, mettendosi sull’attenti e annotando qualcosa sul suo quaderno, ripetendo a bassa voce: “Nessun… superstite… umano…“
Karmela la fissò. Immobile.
Inquietante. Sembrava davvero aspettare ordini.
“Dove sono i tuoi genitori?” chiese con una punta d’apprensione.
“Ridotti in cenere.” rispose lapidaria la bambina, senz’ombra di emozione. “Mi sono svegliata presto per il campo scout. Quando ho aperto la porta della camera, c’erano due sagome nel letto. Di polvere. Con le ciabatte ancora accanto.“
“Mi dispiace, piccola…“
“Tanto, non erano i miei.“
Karmela restò in silenzio, incapace di replicare e chiedendosi se l’apocalisse fosse davvero la parte più strana della giornata.
“Io sono roscia. Loro no. Io leggo. Loro credono la Terra sia piatta, ma hanno la TV satellitare. Di sicuro mi hanno scambiata alla nascita.“
Karmela non trovò nulla da aggiungere. Continuava a fissarla, ammutolita.
Non sapeva cosa la inquietasse di più: l’umanità in polvere o l’imperturbabile bambina ancora sull’attenti.
