
Il fatto che il vello labiale muliebre fosse ritenuto chiaro segno di purezza d’anima e corpo rendeva il verificarsi del secondo avvenimento piuttosto rocambolesco, per chi, come me, era nata femmina. Al sud.
La prima ceretta era un rito d’iniziazione, casalingo e segreto, riservato alle donne della famiglia e alle amiche più strette.
Tutti i maschi della famiglia dovevano restarne all’oscuro.
Per questo, data e location venivano decise con precisione militare.
Una cerimonia clandestina, degna di un incontro della resistenza per la lotta al pelo superfluo.
C’era la zia che aveva lavorato da un parrucchiere, o lì vicino, o comunque l’aveva visto fare; la nonna, che continuava imperterrita a pulire i fagiolini; le tue sorelle piccole, che ti pigliavano per culo; le amiche, che l’avevano già fatto e ti spiegavano, nei minimi dettagli, i vari picchi di dolore atroce che stavi per provare; e, ovviamente, c’era la mamma, emozionata e commossa, perché sua figlia era definitivamente cresciuta.
Il panico aumentava mentre la zia mescolava col manico di una cucchiarella quel magma appiccicoso che ribolliva nel pentolino.
La ceretta era lava viva e scottava così tanto che lo strappo era quasi un sollievo.
Le ustioni, che di solito guarivano nel tempo esatto necessario alla ricrescita dei peli, venivano giustificate come un generico “sfogo di crescita”.
Ed era osservando l’espressione del DNA calabro, che anneriva il pezzo di ceretta appena strappato, e riflettendo sulla ciclicità e perpetuità del supplizio, che l’idea di farsi monaca cominciava ad apparire come una rosea prospettiva.
