Esterno, giorno.

Piena estate.

La me sedicenne era con la sua amica ad aspettare l’autobus che le avrebbe portate al mare.

Passa una FIAT 500 blu rattoppata, alla guida l’anello di congiunzione tra l’uomo e il pitecantropo. La 500 rallenta. Si ferma davanti a noi.

Il primate inevoluto alla guida ci guarda. Ci soppesa attentamente.

La me sedicenne soppesa attentamente quella bozza mal riuscita di Homo Sapiens.

L’aspetto fisico era di quelli che, in seguito, avrei associato all’alta probabilità di morte per cardiopatia ischemica o complicanze del diabete: grasso. Grasso e unto.

‘Nzevat.

Indossava una canottiera a coste, una volta bianca, che aveva visto più sughi che detersivi. A incorniciare il ritratto, un lungo riporto di capelli pettinati con la sugna.

Dopo averci valutate, tira fuori la mano suina dal finestrino e la agita come se tenesse un tamburello invisibile, cercando di trascinarci nel girone delle molestie.

Urla: “Cincucient’ lir! ‘E vulit?

Ancora oggi, ogni volta che un uomo sconosciuto sente il bisogno di farmi sapere che apprezza il mio culo, le mie gambe o il mio aspetto, io vedo lui: un grasso e unto rattuso per il quale valgo 500 lire. La coppia.

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