#087 – Canto Liturgico e Risentimento Eterno

5ª elementare.

Gita scolastica al Vaticano, con evento clou: udienza dal Papa Giovanni Paolo II, alias Wojtyla.

In programma, un momento musicale: il coro della scuola avrebbe dovuto cantare “Va, pensiero” (perché patriottico), seguita da un paio di canzoni da chiesa…in polacco.

Perché a quanto pare il latino non era abbastanza esotico, o esoterico.

La timeline però decide di esplodere come la batteria di un vecchio iPhone tarocco, e i tempi si accorciano.

Panico.

Non c’è tempo per far cantare tutto, a tutti.

La maggior parte dei bambini, nonostante le prove, non ricordava le parole del brano di Giuseppe Verdi, figuriamoci se ricordava le canzoni in polacco.

Serviva una salvatrice, intonata, che ricordasse i testi, rapida nell’apprendere testi in lingue straniere e, se possibile, con una voce che non facesse fuggire in massa le guardie svizzere.

Salvatrice AKA io.

Scelta per la voce angelica (quella ce l’avevo, giusto la voce, eh), la memoria da elefante, la pronuncia del polacco impeccabile, e, diciamolo, per mancanza di alternative praticabili in poche ore.

Mi ritrovo così, davanti al Papa a cantare da solista, anche in polacco, come se fosse la cosa più normale del mondo.

La maestra piangeva. Mia madre pure.

Sguardi di odio delle altre mamme, che pareva avessero messo via i rosari e li avessero sostituiti con bamboline voodoo.
La bontà cristiana, insomma.

Il Papa pure si commosse. Mi abbracciò. Mi baciò.

Io mi incazzai.
Perché odio visceralmente essere abbracciata e baciata, soprattutto senza preavviso, pure se sei il Vicario di Cristo.
Non c’è benedizione che tenga.

Avevo 10 anni e già avevo capito che la gloria costa.
E che l’affetto papale non ti salva dalla bile altrui.

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