Il crepuscolo ravvivò i colori sbiaditi del gruppo di superstiti, carichi come sherpa, illuminandoli d’una luce calda e obliqua.

Mentre sistemavano i rifornimenti nelle vetture, Serena e Mario correvano verso il parcheggio spingendo due carrelli carichi di generi alimentari di ogni sorta, accomunati solo dal fatto che nessuno avrebbe mai consigliato di mangiarli. Né prima, né durante, né dopo un’apocalisse.

A quanto pareva, la male assortita coppia non temeva né l’apocalisse, né le conseguenze metaboliche della loro alimentazione.

Se fossero stati un cartone animato, sarebbero stati due trichechi antropomorfi che arrancavano cercando di non essere lasciati indietro come i due cugini scemi che vengono dimenticati al cento commerciale.

Serena e Mario si fermarono affannati.

Davanti a loro, una signora incazzata e una scout con le trecce rosse sfrecciarono via in bicicletta. Le seguirono una 127 verde palude e un pulmino bianco, con leziose finiture beige.

Mentre il gruppo spariva all’orizzonte, Serena e Mario si diressero verso la panchina alla fermata dell’autobus e si sedettero.

Il sole, grande e basso come un’arancia marcia, tingeva di rame i resti della città. Palazzi vuoti, cartelloni sbiaditi, vetrate impolverate.

Tutto sembrava parte di un museo della fine del mondo, esposto solo per loro due.

Serena guardò il cartellone della fermata del bus, prese il cellulare dalla borsa, lo guardò, lo sbatacchiò, lo riguardò e fece spallucce.

Mario fissava l’orizzonte come se si aspettasse di vedere apparire il 64 barrato che li avrebbe portati a casa.

«Me sa che è già passato…» proclamò Serena, rimettendo in borsa il cellulare.
Mario annuì rassegnato «Me sa…me sa che ’nnamo a piedi…»

Il cielo era rosso. Un pallone sgonfio rotolava da solo sul marciapiede.

«Stanotte me so sognata che stavo naa mafia cinese…» disse Serena ridacchiando.

Dietro di loro, il parcheggio desolato del centro commerciale.

«E che ce facevi?» chiese Mario.

Serena e Mario, non stupidi per scelta, ma perché figli di un’ignoranza sistemica, che non li ha mai svezzati al pensiero, tanto meno al pensiero critico, si incamminarono spingendo i carrelli, nell’aria pesante.

«Boh? Er sogno era tutto ‘ncinese e nu c’ho capito ‘ncazzo.»

O forse erano solo frutto di generazioni di endogamici inconsapevoli.

«Pensa che me so’ sognato un lemure…» si riappropriò della scena, Mario.

Eppure erano vivi.

«Un lemure? E che d’è?»

E camminavano ignari nell’apocalisse.

«Che cazzo ne so…era un lemure.»

Lasciandosi alle spalle la desolazione e andando incontro a ciò che restava.

«Manco ce sta naa smorfia er lemure…»

Avanzavano a fatica tra la polvere sollevata dal vento.

«E che vordì?»

E in quel loro arrancare verso nulla, c’era qualcosa che somigliava all’eroismo.

«Che sei er solito cojione…hai sprecato ‘nsogno.»

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