In quei pochi istanti in cui ti sembra di avere la rivelazione, la pace e l’eternità, quei pochi istanti necessari al Propofol per fare effetto, prima che ti risvegli rincoglionito e dolorante, ma vivo, capisci tutto.

O almeno così credeva Caio Sempronio, che ora era seduto accanto a Suor Genuflessa, sotto lo sguardo intimidatorio di Suor Nazzarena.

Si puliva la faccia dalla polvere che gli era rimasta appiccicata addosso e guardava, fuori dal finestrino, il tramonto che allungava ombre storte sulla strada vuota.

Suor Gioconda diede due improvvisi colpi di clacson.

Caio si girò verso Suor Nazzarena, che stava facendo il saluto militare a un vecchio pazzo coronato da un elmetto a punta, in sella a una moto uscita dal museo delle Sturmtruppen, con una diva biondo platino e un cane nel sidecar.

Una visione degna di un delirio militare steampunk.

“È stato chiaramente un impulso elettromagnetico!” esclamò, di nuovo, il Botticini. Piuttosto ringalluzzito, per l’avere come passeggera una bella ragazza.

“Mi si confonde la mente” disse sgranando gli occhi la ragazza.

“Ha presente, signorina Sabrina?”

La signorina Sabrina non aveva presente.

Aveva seguito l’improbabile gruppo, perché sembrava la cosa più sensata da fare. Ma era ancora estremamente confusa.

Il signor Botticini tentava di sistemarsi i capelli, accarezzando invano il cappuccio in neoprene, e continuava con le sue deduzioni.

“Non è d’accordo, signorina Sabrina?”

Sabrina, dopo una notte chiusa nel centro commerciale, stava viaggiando a bordo di un rudere, insieme a un logorroico sconosciuto, in un panorama distopico che aveva visto descritto solo nei libri che divorava, e non aveva assolutamente voglia di ascoltare anche il vecchio in pieno boomersplaining.

La città sembrava abbandonata da anni.

Tutto era coperto da uno strato di polvere sottile, omogenea, come se il mondo intero fosse stato impacchettato in attesa di un trasloco mai avvenuto.

I marciapiedi deserti, le auto parcheggiate, gli alberi immobili.

Nessun vetro rotto, nessuna sirena.

Regnava solo quel silenzio denso e irreale, da pomeriggio dopo la fine del mondo.

Il signor Botticini, seppur reputandosi un galantuomo, non poteva fare a meno di lanciare occhiate alle lunghe gambe della ragazza, seduta compostamente, che stringeva in grembo un paio di décolleté nere, classiche con tacco alto, che avevano ceduto il posto a un paio di più pratiche scarpe da tennis.

Sabrina sentiva salire in lei una sensazione di disagio, forse data dal paesaggio angosciante o forse dal fatto che un anfibio lascivo le fissava le gambe.

Sensazione che venne interrotta e sostituita dallo sbigottimento, quando vennero superati da una BMW R75 della Seconda Guerra Mondiale, con l’aquila imperiale della Wehrmacht sul muso del sidecar, guidata da un ottuagenario con un elmetto prussiano in testa e accanto una drag queen, con un cagnolino aviatore in braccio.

Se c’erano ancora dubbi sul fatto che il mondo fosse finito, un vecchio pazzo in cosplay da ufficiale nazista col sidecar li spazzò via.

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